- E’ mai stato fidanzato?
- Sì.
- Quando l’ultima volta?
- Sei mesi fa. Sono stato un anno con una ragazza ma poi l’ho lasciata.
- Potrebbe spiegarmi il motivo di questa decisione?
- Non era la persona giusta per me…  Mamma me lo aveva detto dal primo giorno!

Esistono uomini, anche ultraquarantenni, che vivono un rapporto morboso con le loro madri.
Fin dall’infanzia essi stabiliscono un legame simbiotico che nessun’altra donna in futuro potrà mai scalfire.
Comunemente sono definiti “mammoni”.

Quando il mammone cresce e stabilisce una relazione sentimentale con una donna, nel loro rapporto di coppia aleggia sempre il fantasma della madre, che diventa il modello di donna ideale nonché termine di paragone spietato per tutte le qualità femminili.
Ovviamente la fidanzata non potrà mai competere con tali virtù e, agli occhi del mammone (e di sua madre) risulterà sempre inadeguata.

Il mammone può essere anche una persona di successo, efficiente nel lavoro e brillante con gli amici, tuttavia continuerà a ricercare l’approvazione della madre proprio come un bambino.
Anche se innamorato della sua compagna, non la metterà mai al primo posto quando dovrà prendere decisioni importanti.
Di fronte ai normali conflitti di coppia, cercherà rifugio e consolazione tra le braccia della mamma sempre pronta ad accoglierlo e a dispensare preziosi “consigli di vita”.
Parliamo di comportamenti che un uomo adulto dovrebbe ormai essersi lasciato alle spalle, cercando in sé stesso e non nella protettiva figura materna, sia la determinazione nel compiere le scelte sia il modo di placare le proprie ansie.

La maggiore responsabile di tale fallimento evolutivo è la stessa madre.
Si tratta di una donna infelice del proprio matrimonio, che ha “sprecato” gli anni migliori della sua vita accanto ad un marito assente e carente di attenzioni.
Per far fronte alla frustrazione e all’insoddisfazione riversa tutte le energie nella crescita del figlio maschio, che rappresenta un nuovo inizio, una rinascita e un riscatto per la sua figura di donna incompresa e calpestata.
Farà di tutto per farlo crescere gentile e premuroso con le donne ma, quando si renderà conto che non potrà essere lei la beneficiaria di tali virtù, si sentirà doppiamente tradita dalla vita e, più o meno consapevolmente, sarà portata a sabotare ogni relazione affettiva del figlio con un'altra donna.

Se la madre è una casalinga o comunque una persona che ha dovuto rinunciare alle sue passioni o alla carriera, il bisogno di riscatto sarà ancora più grande e a farne le spese sarà sempre la povera sventurata di turno.

La compagna di un mammone dovrà confrontarsi con costanti umiliazioni e sconfitte. Nessuna donna può competere con una madre idealizzata, che sa perfettamente come prendere suo figlio per rassicurarlo, coccolarlo, viziarlo e al tempo stesso fargli fare ciò che lei desidera.
Il mammone non assumerà mai delle responsabilità di uomo verso la coppia e terrà la sua compagna sempre sospesa in uno stato di costante giudizio.

Malgrado gli impegni profusi e le strategie di difesa nei confronti della “suocera”, la compagna non riuscirà mai ad avere la meglio: se l’infanzia e l’adolescenza non sono bastate a portare a termine il processo di separazione/individuazione verso  una piena realizzazione e coscienza di sé stessi, è improbabile che questo possa avvenire in età adulta. Spesso anzi, l’identità dell’uomo mammone finisce col consolidarsi attorno alla figura materna idealizzata, diventando ancora più resistente al cambiamento.

Come per gli uomini che non vogliono una storia seria, la domanda che spesso mi viene rivolta è:
Un uomo così potrà mai cambiare?
La risposta è sì, a patto che sia lo stesso uomo a sentire l’esigenza di farlo e, in ogni caso, si tratterebbe di un processo lungo e tortuoso e dall’esito non scontato.

Tuttavia è indispensabile chiarire un concetto e averlo sempre a mente: non potrà mai essere la compagna a “guarire” l’uomo mammone.
Purtroppo, nella maggior parte dei casi, è proprio questa fantasia di redenzione che blocca la donna in una relazione improduttiva con un mammone.
Malgrado sia perfettamente consapevole dei limiti di quell’uomo che ormai le appare una persona troppo insicura, incapace di fare delle scelte autonome e di assumersi delle responsabilità, una parte di lei non può fare a meno di indugiare in quel rapporto nella speranza che le cose possano cambiare.
Non si tratta nemmeno più di amore, quanto di desiderio di spuntarla nella competizione femminile, per riuscire, anche solo una volta, ad imporre una propria decisione o sentirsi dire:
Sei la donna più importante della mia vita!


Dottor Riccardo Cicchetti





Esiste l’amore perfetto?

Si sente spesso parlare di “chimica”, di attrazione, di interesse, quali fattori fondamentali di una relazione.

L’idea diffusa nell’immaginario comune è che l’amore sia una forza totalizzante dalla quale noi saremmo investiti passivamente, come se non dovessimo fare altro che lasciarci trasportare dalla corrente.
Nell’ambito della mia professione, ogni volta che mi trovo a lavorare con una coppia, esiste una obiezione che mi viene rivolta puntualmente (generalmente dal partner che è stato “condotto” dallo psicologo) nell’esatto momento in cui si iniziano ad affrontare i primi nodi della relazione:
“Non capisco perché debba essere tutto così faticoso!
Credo che due persone che si amano veramente dovrebbero superare i loro problemi in automatico, senza stare a parlarne troppo!”

La verità è che per vivere una relazione d’amore completa, duratura e appagante è necessario che siano presenti diverse componenti.
Nel 1986 lo psicologo statunitense Robert Sternberg ne ha individuate tre, collocabili metaforicamente ai vertici di un triangolo: intimità, passione e impegno.


L’intimità si riferisce ai sentimenti di confidenza, affinità, condivisione e comune sentire responsabili dell’esperienza di unicità e calore. Questa componente determina nella coppia la tendenza a prendersi cura dell’altro, a comunicare i propri sentimenti, ad offrire sostegno emotivo, a condividere oggetti ed esperienze.

La passione riguarda gli aspetti più impulsivi che possono caratterizzare una storia d’amore: attrazione fisica, desiderio sessuale, ma anche desiderio di appartenenza, di dominio o di sottomissione.

L’impegno consiste nel prendere decisioni in favore della coppia e nella capacità di mantenerle nel tempo. Comporterà il fidanzamento, il matrimonio, la famiglia e la capacità di superare insieme i momenti difficili.

Si tratta dell’aspetto più discusso perché è visto come quello meno romantico e più sgradevole.
L’impegno è il fattore che spaventa di più, soprattutto gli uomini, perché implica un’assunzione di responsabilità e definisce il livello di maturità personale e di coppia (leggi anche Uomini che non vogliono una storia seria).
Tuttavia anche alcune donne tendono a sottovalutare l’importanza di questo aspetto perché troppo spesso viene fatto erroneamente coincidere con la mancanza di interesse e romanticismo, come se l’impegno escludesse la passione e viceversa.


I sette tipi di amore


Le combinazioni fra queste tre componenti definiscono 7 modelli di amore, ognuna con le proprie caratteristiche.

Simpatia (solo intimità): in questo tipo di relazione vi è confidenza, calore e senso di unione fra i partner ma senza passione e impegno. Relazioni di questo genere sono paragonabili a vere e proprie amicizie.

Infatuazione (solo passione): tipico dell'amore a prima vista, nasce e si sviluppa improvvisamente ma solitamente termina con una disillusione. Questo rapporto si basa sull'idealizzazione dell'altro più che sulla sua reale conoscenza e dura solo se la relazione non viene effettivamente vissuta o comunque fino a quando uno dei due non si scontra con una delusione derivante dal confronto con la realtà.
Caratterizzato da scarsa empatia, tipico delle personalità narcisistiche.

Amore Vuoto (solo impegno): uno o entrambi i componenti della coppia si impegnano a continuare la relazione in mancanza delle componenti di intimità e passione. Solitamente si tratta di rapporti nella loro fase finale, in cui i partner stanno insieme solo per tener fede a un impegno preso, per decisioni legate ai figli oppure a considerazioni economiche.

Amore Romantico (intimità+passione): si tratta della forma tipica delle grandi e intense storie d'amore letterarie e cinematografiche. Spesso la componente impegno non è presente per via di ostacoli o circostanze esterne che impediscono alla coppia di progettare un futuro, oppure uno o entrambi i partner non vogliono/possono impegnarsi a causa di limiti personali.

Amore Amicizia (intimità+impegno): è il caso per esempio di quei rapporti che durano da tanto tempo, consolidati sotto il profilo dell'intimità anche se hanno visto lentamente sfumare quello della passione. La coppia non vede la passione come un fattore importante nel tempo e tende a trascurarlo anche per paura di perdere l’equilibrio nella relazione.

Amore Fatuo (passione+impegno): in questo tipo di relazione l'impegno è conseguenza solo della passione senza il supporto dell'intimità e della conoscenza reciproca. È il caso per esempio di matrimoni dettati da decisioni impulsive prese sull'onda dell'infatuazione. Queste relazioni corrono il rischio di frantumarsi quando si troveranno a fare i conti con un impegno non sentito.

Amore Vissuto (intimità+passione+impegno): è l'amore completo che tutti sognano e si realizza quando tutti e tre gli elementi si combinano in una relazione. Anche se non impossibile è raro riuscire a farne esperienza diretta e assai difficile mantenerne vive le caratteristiche nel tempo.

L’amore vero richiede la capacità di trovare dei validi compromessi nel rispetto dei bisogni individuali e di coppia. La relazione va costruita e curata nel tempo.
Per essere felici a lungo con la persona amata è necessario imparare a mettersi in gioco, a cambiare in funzione delle esigenze dell’altro, ad accettarne le imperfezioni e a condividere valori e interessi.

Si tratta di caratteristiche difficili da valutare all’inizio di un rapporto ma è bene tenere a mente che il semplice “stare bene insieme” non è sufficiente e non rappresenta affatto un indicatore affidabile su cui impostare la scelta del partner.

In modo analogo, l’idea che la passione trionfi su tutti gli ostacoli è molto attraente ma poco reale (leggi anche L'amore che trascende i bisogni).

Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è la scissione che spesso si viene a creare tra ciò che si dichiara e ciò che si fa.
Soprattutto gli uomini, durante la fase di corteggiamento tendono a descriversi come amanti esperti, passionali, romantici, sinceri, presenti e affidabili, producendo come unico effetto l’aumento delle aspettative nel partner.
E' importante esprimere l'amore nei comportamenti perché sono le nostre azioni che definiscono la nostra vera identità personale e di coppia. Inoltre le espressioni d'amore dell'uno influiscono sui sentimenti e sui comportamenti dell'altro dando luogo così ad una serie di azioni che si rinforzano a vicenda.

Ogni storia d’amore, se letta con strumenti adeguati, può fornire informazioni importanti sulla qualità del rapporto.
L’amore perfetto non nasce dal nulla ma si evolve entro un processo di crescita fatto di alti e bassi. Soprattutto nei momenti di difficoltà è necessario affrontare la realtà con sincerità ed essere pronti a mettersi in discussione per comprendere qualcosa di più su sé stessi e sulla coppia.


Dottor Riccardo Cicchetti


Articolo pubblicato su L'AquilaOggi








Vi siete svegliati improvvisamente nel letto e non riuscivate a muovervi?
Avete avuto la sensazione che ci fosse una presenza estranea che esercitava una pressione sul vostro petto impedendovi di respirare o vi afferrava braccia e gambe immobilizzandovi?
Avete mai sentito dei rumori nella stanza o, peggio ancora, una voce che vi sussurrava qualcosa nell’orecchio?
Niente paura! Avete solo sperimentato una “Paralisi del Sonno”.

SINTOMI
La paralisi del sonno, è un disturbo del sonno in cui, nel momento del risveglio o poco prima dell’addormentamento, insorge una incapacità temporanea di muoversi e/o parlare.
In quei momenti il soggetto è cosciente ma non riesce a compiere i gesti tipici di una persona sveglia.
Tali fenomeni hanno una durata variabile, da pochi secondi a qualche minuto; una volta terminati, le funzioni fisiche sono completamente ristabilite e il soggetto torna a parlare e muoversi senza difficoltà. Tuttavia, l’episodio suscita angoscia e, talvolta, uno stato d’ansia che perdura nel tempo.
L’incapacità di muoversi e di parlare, infatti, non sono gli unici sintomi: spesso la persona sperimenta delle vere e proprie allucinazioni e percepisce delle presenze o dei suoni non reali.
Un esempio classico, descritto dai protagonisti, è la sensazione di non essere da soli nella propria stanza. Spesso si avverte la pressione fisica esercitata da mani estranee volta ad immobilizzare o strangolare.
Allo stesso modo vengono riferiti casi in cui si sente una voce sussurrare delle frasi nell’orecchio.
Si tratta di un fenomeno meno raro di quanto si possa credere e chi lo ha provato lo descrive come una esperienza terribile, tanto che, in diversi Paesi del mondo, sono nate leggende che ipotizzano la presenza di entità demoniache che si posizionerebbero sul petto delle vittime.

CAUSE
Al di là delle credenze popolari, questo stato di paralisi è dovuto a un inizio precoce o a un prolungamento eccessivo della fase del sonno detta “R.E.M.”.
Durante questa fase, chi dorme compie bruschi movimenti con gli occhi. Il termine REM, infatti, è l’acronimo inglese di Rapid Eye Movement (movimento rapido oculare).
E’ la fase del sonno in cui si riposa di più e il Sistema Nervoso “scarica” la tensione accumulata e si rigenera, ma è anche la fase in cui la mente produce i sogni.
Per questo è caratterizzata da uno stato di paralisi: l’organismo rilascia degli ormoni che inibiscono le funzioni muscolari, proteggendosi dal rischio di compiere movimenti inconsulti provocati dal sogno (meccanismo che, ad esempio, non funziona nei casi più diffusi di sonnambulismo).
In altri termini una parte di noi si sveglia, mentre l’altra rimane nella fase REM e il risultato e che ci troviamo in una sorta di limbo: coscienti ma paralizzati e con i sogni ancora in corso, che altro non sono che le nostre allucinazioni.

FATTORI DI RISCHIO
Le paralisi del sonno possono essere innescate da diversi fattori:
- fisiologici (dormire poco e in modo irregolare, problemi digestivi)
- ambientali (concomitanza di eventi stressanti)
- psicologici (presenza di disturbi d’ansia, attacchi di panico o disturbo post-traumatico da stress

COSA FARE
Per intervenire efficacemente sui fattori fisiologici è sufficiente ristabilire delle abitudini notturne consone alle richieste dell’organismo umano.
Per stare in salute, il nostro cervello ha bisogno di circa 8 ore di sonno notturno e continuato.
Inoltre, è altrettanto importante andare a dormire e svegliarsi sempre alla stessa ora, ossia avere un ritmo sonno/veglia regolare.
Nonostante gli sforzi profusi, molte persone lamentano difficoltà nell’addormentarsi e mantenere la qualità del sonno adeguata.
Ecco allora alcuni semplici accorgimenti che potrebbero rivelarsi molto utili allo scopo:
- creare un ambiente notturno accogliente: letto comodo, clima adeguato, stanza buia e silenziosa (sarebbe opportuno ridurre al minimo la presenza di quadri, poster e dispositivi radio/elettro/magnetici);
- evitare di dormire in posizione supina (dormendo “pancia in su” il palato molle potrebbe collassare ostacolando la respirazione e facendovi risvegliare bruscamente)
- non mangiare e non assumere alcol, teina o caffeina prima di andare a letto.
- non fumare nelle ore precedenti al sonno, in quanto anche la nicotina è uno stimolante.
- praticare esercizio fisico con regolarità, ma mai prima di andare a dormire.
La presenza di eventi di vita stressanti può aumentare il livello di tensione nell’organismo e avere delle ripercussioni negative sulla qualità del sonno.
Un modo efficace per gestire lo stress è usare tecniche di respirazione e di rilassamento. In questo modo si rigenerano le energie mentali e si aiuta il Sistema Nervoso ad allentare la tensione accumulata durante il giorno. Meno carico ci sarà da smaltire meno pesanti e tormentate saranno le fasi del sonno e i relativi sogni.
La presenza di traumi non elaborati, conflitti relazionali, difficoltà nella gestione delle emozioni, possono compromettere pesantemente l’equilibrio psicofisico, compresa la qualità del sonno.
Disturbi d’ansia di vario tipo (attacchi di panico, fobie, disturbo post-traumatico da stress, disturbo ossessivo-compulsivo) possono vanificare ogni tentativo di “auto-terapia”; in questi casi, ogni tecnica o accorgimento risulta inutile se prima non vengono risolti i problemi più profondi con l’aiuto di uno psicologo.
Ad ogni modo un processo di cura o di crescita personale potrebbe essere lungo e nel frattempo ci troveremmo comunque costretti ad affrontare episodi di paralisi del sonno.
Ecco allora cinque punti da ricordare nel caso dovessimo risvegliarci in una situazione simile.

CINQUE STRATEGIE CONTRO LA PARLAISI DEL SONNO
1) La paralisi del sonno può essere terrificante, ma non è pericolosa o dannosa.
Non può accaderti niente di male, perciò non aver paura.
Si tratta di un fenomeno naturale molto comune. Non preoccuparti delle implicazioni sovrannaturali o spirituali di questa condizione. Nella tua stanza non c’è nessun fantasma, nessuna presenza demoniaca.
2) Cerca di sentire l’ambiente circostante, la stoffa delle tue coperte, dei tuoi vestiti o di toccare i mobili attorno a te. E’ più facile svegliarsi se ti concentri sulle sensazioni tattili.
3) Se vuoi provare a rompere la paralisi, tieni gli occhi chiusi e fai dei respiri profondi concentrandoti sul tuo corpo. Poi apri gli occhi, riconosci la stanza in cui ti trovi e solo allora prova a muovere con calma le braccia e le gambe.
4) Non tentare di rompere la paralisi cercando di forzare i movimenti: così facendo rischi solo di peggiorare la paralisi e far aumentare la pressione. Il modo migliore per affrontarla è rilassarsi e ricordare che non sei in pericolo.
5) Potresti continuare a sognare durante la paralisi; ad esempio, potresti svegliarti e sentire la presenza di un intruso nel tuo sogno. Per quanto spaventoso possa apparire lo scenario in cui ti trovi, ricordati che è la tua mente a produrlo, quindi cerca di riassumere il controllo dei tuoi pensieri, immagina qualcosa di piacevole e indirizza il sogno nella direzione che preferisci.

Dr. Riccardo Cicchetti

Articolo pubblicato su L'AquilaOggi.

     


Quando si verifica un terremoto, ci sono persone che restano pietrificate dalla paura, incapaci di muoversi e di realizzare cosa stia accadendo, mentre altre si attivano per mettersi in salvo e organizzare i primi soccorsi.

Immaginiamo di perdere il lavoro, subire un lutto, dover fronteggiare una malattia o un incidente grave. La maggior parte delle persone ha bisogno di tempo per metabolizzare questi eventi e, generalmente, senza l’aiuto di un professionista, non sempre riesce a ritrovare il proprio equilibrio psicologico. Altre persone, invece, mostrano una capacità apparentemente innata di adattarsi bene a tali situazioni.

Qual è il loro segreto? La “resilienza“.
 
La parola “resilienza” deriva dal latino “resalio“, che, nel suo significato originario, indicava il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare.
 
In psicologia connota la capacità degli esseri umani di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà.

E’ qualcosa di più rispetto alla semplice resistenza, in quanto implica una “ripartenza”.
 
Le persone con un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. L’esposizione alle avversità sembra rafforzarle piuttosto che indebolirle. Esse tendenzialmente sono ottimiste, flessibili e creative; sanno lavorare in gruppo e fanno facilmente tesoro delle proprie e delle altrui esperienze.

L’individuo resiliente presenta inoltre tre caratteristiche psicologiche inconfondibili.
 
Forte ancoraggio agli obiettivi
E’ la capacità di persistere nel perseguire i propri obiettivi. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda, aiutando a superare gli ostacoli che si incontreranno sul cammino.
Colui che non perde mai di vista la meta, ha la capacità di concentrarsi completamente su ciò che sta facendo; è attivo e non spaventato dalla fatica; non abbandona facilmente il campo; è attento, vigile e orientato nello spazio e nel tempo; ha una visione reale delle difficoltà e delle risorse che incontra nel percorso.
Gli obiettivi di vita rappresentano qualcosa da raggiungere, per cui lottare e in cui credere, pertanto sono una fonte inesauribile di energia.

Locus of control interno
Per locus of control interno s’intende la convinzione di essere padroni del proprio destino; la consapevolezza di poter dominare ciò che si fa ed essere responsabile dei propri successi e/o fallimenti (al contrario, le persone caratterizzate da locus of control esterno tendono a considerarsi in balia degli eventi e a ritenere vano ogni sforzo volto a produrre un’azione risolutiva).
Si tratta di un vero e proprio tratto di personalità che consente alla persona di dominare le diverse situazioni della vita, rendendola pronta a modificare anche radicalmente la strategia da adottare per il raggiungimento del traguardo.

Gusto per la sfida
Se per la maggior parte delle persone i cambiamenti vengono vissuti come minacce al proprio equilibrio, chi ha un’alta resilienza vede in essi un incentivo, un nuovo stimolo. Si tratta della disposizione ad accettare i nuovi eventi. La persona con questo tratto vede gli aspetti positivi delle trasformazioni e minimizza quelli negativi. Il cambiamento non è vissuto come una disgrazia da evitare a tutti i costi ma come un’opportunità di crescita. La persona generalmente è aperta alle occasioni e flessibile alle situazioni.

 
Le caratteristiche appena descritte sono tratti di personalità di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati.
 
La resilienza è una qualità dell’essere umano che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al modificarsi dei meccanismi mentali che la sottendono.
Non si tratta di una caratteristica innata presente o assente in un individuo, ma di un’abilità che può essere allenata, attraverso comportamenti, pensieri e azioni che possono essere appresi da chiunque.

A determinare un alto livello di resilienza contribuiscono diversi fattori.
 
Il primo fra tutti è la presenza di relazioni affettive appaganti, con persone premurose e solidali.
Che si tratti di familiari, parenti, amici e/o colleghi, questo tipo di relazioni crea un clima di amore e di fiducia, e fornisce incoraggiamento e rassicurazione favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza.
 
Altri fattori coinvolti sono:

- buona conoscenza di sé stessi, consapevolezza dei propri mezzi e fiducia nei propri punti di forza;
- la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento;
- saper gestire le emozioni e controllare gli impulsi, essendo disposti a riconoscere eventuali errori e a rivedere la strategia adottata;
- saper comunicare in modo efficace.

Intervenendo anche su uno solo di questi fattori, si può accrescere notevolmente il proprio livello di resilienza.

Ma in che modo?

Esistono diversi strumenti per “misurare” e migliorare la aree della personalità e le abilità individuali.
In questa sede propongo un metodo, che chiunque può utilizzare autonomamente per aumentare la conoscenza di sé e del proprio potenziale.

Munitevi di carta e penna e focalizzate la vostra attenzione sulle esperienze del passato.
Delimitate il campo agli avvenimenti importanti dell’ultimo anno.
 
Adesso, cercate di rispondere a 7 domande:

1) quali eventi sono risultati particolarmente stressanti per me?
 
2) in che maniera questi eventi mi hanno condizionato?
 
3) nei momenti difficili ho avuto delle persone vicine a cui rivolgermi ed, eventualmente, ho trovato utile il loro aiuto?
 
4) in quei momenti quanto ho appreso di me stesso e del mio modo d’interagire con gli altri?
 
5) ho mai provato ad aiutare qualcuno che stava attraversando momenti difficili come quelli da me vissuti ed, eventualmente, è stato utile per me?
 
6) sono stato capace di superare le difficoltà e in che modo?
 
7) che cosa mi ha consentito di guardare con maggiore fiducia al mio futuro?

Vi accorgerete presto che rispondere a queste domande non è affatto scontato e richiede tempo e fatica.
Non scoraggiatevi se non riuscite a scrivere niente. Fate una pausa, prendete un bel respiro e riprovate.
Del resto, un allenamento che non comporta “sudore” non può nemmeno definirsi tale!

Più le risposte saranno complete e articolate, maggiori saranno i risultati.

La crescita personale è un processo graduale, che va affrontato un passo alla volta con realismo e umiltà.

Ricordate che avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita.

Le persone resilienti non sono infallibili ma disposti al cambiamento, quando necessario; accettano l’eventualità di sbagliare, ma consapevoli di poter correggere la rotta.

Dottor Riccardo Cicchetti

Articolo pubblicato su L'AquilaOggi.

     



 
 
Andrea è un giovane studente universitario di poco più di vent’anni, che mi contatta a causa di una sopraggiunta totale inibizione nello studio, accompagnata da intense angosce persecutorie. Teme di poter subire aggressioni violente: verbali e non verbali.

Studente fuorisede, condivide l’appartamento con altri ragazzi. Soprattutto quando si ritrova solo in casa, teme che qualcuno possa entrare dalle finestre o dalla porta per aggredirlo.
A volte questo pensiero diventa talmente persecutorio che lo costringe a chiudersi in camera, rannicchiato sul letto con la coperta fin sopra la testa.

Fin dai primi incontri, appare molto critico e in aspro conflitto con sé stesso e con gli altri.
Che si tratti della famiglia, degli amici o dell’università, non riesce ad uscire da un assetto polemico.
In particolare non riesce a tollerare tutto ciò che gli sembra contrastare il suo processo di libera crescita e di maturazione individuale.

Allo stesso tempo riconosce di avere egli stesso un atteggiamento passivo di base nei confronti del mondo.
Teme che questa passività possa caratterizzare il resto della sua vita e la imputa ai genitori, colpevoli, a suo dire, di averlo “tenuto per troppo tempo sotto una campana di vetro” e di averlo “trattato come un bambino”.

Nel corso degli incontri successivi, perdurano a lungo le recriminazioni che lo oppongono alla realtà esterna, finché Andrea si lascia sfuggire un lapsus, invano corretto precipitosamente:

E così mi opprime la fatica di dover crescere. No! Di crescere”.

Lapsus che segnala inequivocabilmente quanto per lui la crescita sia non soltanto oggetto di desiderio, ma anche un penoso dovere.

Il conflitto con la realtà sociale, che viene consapevolmente esperito da Andrea, cela, quindi, un conflitto interiore, più segreto, che si gioca tra due desideri della stessa persona, entrambi vitali, ma fra loro incompatibili: l’emanciparsi definitivamente dalle prime figure di riferimento affettivo ed il protrarre il più a lungo possibile la dipendenza infantile nei loro confronti.

Ecco allora che il sintomo principale per cui il ragazzo mi aveva contattato (paura di restare a casa da solo e di essere aggredito) assume il suo vero significato, ossia un tentativo inconscio di rimanere attaccato a quelle figure genitoriali di cui Andrea ha ancora bisogno, con relative difficoltà a gestirne la dipendenza affettiva.
I sintomi secondari (aggressività, ostilità, atteggiamento ipercritico nei confronti di sé e gli altri) sono invece spiegati dalla spinta al processo di autorealizzazione, tipica di quella fascia di età, che nel giovane ha però incontrato una battuta di arresto.

Proseguendo il lavoro con Andrea sono state individuate le cause che hanno procurato tale blocco emotivo e, sciogliendo un nodo alla volta, è stato condotto un lavoro che ha permesso la risoluzione dei conflitti con sé stesso e con la realtà circostante.

     

 
F.: “Chiedo scusa per la richiesta d’aiuto un po’ inusuale . Ho visto nel pomeriggio un fotomontaggio (poi è stato dichiarato tale) nel quale c’era un enorme eruzione cutanea sul collo di una persona. In pratica era una “bufala”, trattandosi di un fiore di loto messo sulla pelle della persona. Ora io sono una persona abbastanza controllata, ma non riesco a togliermela dalla mente. Ho letto i commenti del post della foto e non dico la maggioranza, ma quasi tutti hanno avuto un turbamento emotivo. Come posso allontanare dalla mente quell’immagine (per favore)? Poi com’è possibile che solo una foto possa turbare la mente di tante persone? Grazie. Le consiglio di non guardarla!”


Gentile F., conosco l’immagine a cui fa riferimento. Si tratta di uno dei tanti link diffusi in rete che conducono a siti contenenti dei malware e che, pertanto, le suggerisco di non cliccare.

Recentemente lo stesso fotomontaggio è stato applicato all’immagine di una donna che presentava il finto sfogo (in realtà si tratta sempre dello stesso baccello di fiore di loto) in prossimità di un’ascella.
Lo scopo di tali immagini è proprio quello di colpire l’attenzione di chi si ritrova per caso a guardarle.

Si tratta di una estremizzazione di uno dei concetti alla base del marketing: ogni persona ha delle motivazioni (desideri, paure, bisogni) e la pubblicità, per essere efficace, deve far leva su quelle motivazioni.

Ad esempio le pubblicità dei profumi stimolano il desiderio di seduzione e di successo con l’altro sesso. In questo caso, l’immagine fa leva su una paura, forse una delle più profonde e radicate nell’inconscio collettivo, soprattutto per quanto riguarda le donne: la perdita della propria integrità fisica.

E’ possibile rintracciare più fattori di paura nella stessa immagine.

Paura di perdita della salute: la malattia può colpire chiunque, a qualunque età e può condurre alla morte. Un’immagine con un riferimento di questo tipo può turbare le personalità ipocondriache.

Paura della contaminazione: un corpo estraneo, un altro essere vivente, un parassita si insinua nel nostro corpo contro la nostra volontà. Ci sentiamo violentati e impotenti. La sola idea che una cosa del genere possa capitare a noi può trasformarsi in un pensiero dominante, un’ossessione, che spinge a mettere in atto rituali e comportamenti compulsivi, come lavarsi continuamente le mani, grattarsi, esaminarsi.

Paura del danno estetico: il pensiero di una bellezza rovinata, che non tornerà mai più come prima, produce un profondo senso di angoscia, soprattutto nelle persone che hanno difficoltà a separarsi da oggetti (tendono a conservare tutto) e ad elaborare il lutto; ma anche in chi è semplicemente insicuro sul proprio aspetto fisico.

Paura della trasformazione del corpo: la “metamorfosi” è un concetto molto diffuso in Letteratura, che ha ispirato il campo dell’arte (Kafka) e del cinema (Cronenberg).
In psicologia l’adolescenza viene considerata come il periodo più critico nella vita di un individuo, proprio perché caratterizzata da evidenti trasformazioni del corpo e della personalità. L’esposizione ad immagini che trattano questo tema, può rievocare i vissuti angosciosi adolescenziali.

Paura di insuccesso sociale: chi non si sente sano e “perfetto” come gli altri, vive nella paura di essere emarginato. Tenderà a comportarsi come se avesse qualcosa da nascondere e nutrirà il sospetto che gli altri, guardandolo, possano accorgersi dei sui difetti. Tenderà ad essere schivo e l’isolamento alimenterà ulteriormente la sensazione di insuccesso sociale.

Paura dell’effetto “fenomeno da baraccone”: data la rarità e la spettacolarità dell’evento, si parlerà diffusamente della persona che ne è stata affetta. Tale sventurato, non solo non troverà conforto negli altri, ma finirà per trasformarsi nell’oggetto stesso delle loro paure. Non avranno paura solo della disgrazia che gli è capitata, ma avranno paura di lui.


Quelli appena elencati sono dei fattori generici. Va considerato che ogni individuo ha la sua storia e la sua personalità.

Se lo stesso stimolo (in questo caso, lo stimolo visivo rappresentato da un’immagine) produce un effetto diverso sulle persone, è perché ognuno di noi investe di un significato emotivo diverso ciò che vede. Particolari periodi della vita, eventi specifici, traumi, persone importanti, possono essere evocati da stimoli diversi e far riaffiorare conflitti irrisolti.

 
COME REAGIRE?

Conoscere lo stimolo

L’informazione conduce al disvelamento.
E’ la più semplice delle soluzioni, la più immediata e, spesso, la più efficace.
“La gente ha paura di ciò che non riesce a capire” (The Elephant Man).

Reperire informazioni sullo stimolo, familiarizzare con esso, può squarciare il velo della paura. Ad esempio i  bambini smettono di avere paura dei mostri quando comprendono che sono frutto della propria immaginazione.

In questo caso, sapere che l’immagine rappresenta una situazione inventata ad arte (realizzata peraltro in modo grossolano), dovrebbe essere sufficiente a far svanire la paura di ritrovarsi nella stessa situazione.

Conoscere sé stessi

Se conoscere lo stimolo può aiutare a neutralizzare il suo effetto turbante, conoscere sé stessi è la soluzione per imparare a gestire le proprie reazioni (pensieri intrusivi, gesti compulsivi, insonnia, incubi, angoscia…)

Ad esempio, tra i fattori di paura sopra elencati, si potrebbe individuare quello  più vicino alla propria personalità e porsi una semplice domanda: “Cosa sto facendo per migliorare la mia situazione?”

Osservare i propri comportamenti e distinguere quelli volti a trovare una soluzione da quelli che non fanno altro che alimentare il disagio (“E’ meglio accendere una candela piuttosto che lamentarsi dell’oscurità”)

Bisogna ricordare che per ogni problema esiste sempre una soluzione.


Se l’ansia e l’angoscia persistono, allora vuol dire che hanno un significato simbolico radicato nei luoghi più profondi della persona,  che andrebbero esplorati con l’aiuto di un esperto.
 

Dottor Riccardo Cicchetti

Articolo pubblicato su L'AquilaOggi.

     



 
Tempo fa, un gruppo di psicologi italiani realizzò un esperimento con dei bambini a pochi giorni dalla nascita.
A intervalli regolari di tempo, un adulto si poneva di fronte al bambino ed eseguiva determinate espressioni facciali, muovendo occhi e bocca, ed emettendo dei vocalizzi.

Il risultato fu sorprendente: i bambini sottoposti agli stimoli audiovisivi presentavano nel tempo livelli di intelligenza superiori alla media.

Fino a qualche decennio fa si credeva che ogni individuo nascesse con un numero determinato di neuroni, destinato a diminuire in modo irreversibile lungo il naturale processo di crescita e invecchiamento.

Oggi sappiamo che adeguati stimoli ambientali non solo favoriscono lo sviluppo delle abilità cognitive nella fase di crescita ma ne contrastano il decadimento nella fase di invecchiamento.

Questo è possibile grazie alla “plasticità” del Sistema Nervoso, ossia la capacità di modificare la sua struttura e la sua funzionalità in modo più o meno duraturo a seconda degli stimoli esterni a cui è sottoposto.
E’ per questa ragione che possiamo considerare l’esperienza come il fattore principale alla base dell’apprendimento.

I geni ereditati dai genitori rappresentano sicuramente il punto di partenza per la formazione del cervello di un individuo, ma è l’esperienza, fin dalle prime ore di vita, a determinarne lo sviluppo.

Gli psicologi conoscono bene il concetto di “zona di sviluppo prossimale”, secondo il quale l’apprendimento del bambino è possibile grazie all’aiuto degli altri.
E’ importante coinvolgere i bambini in attività ludiche, ricreative, formative, creative e socializzanti, che, oltre a conferire divertimento e soddisfazione, permettono al bambino di potenziare le sue abilità cognitive e di svilupparne di nuove.

La plasticità del Sistema Nervoso, presenta tuttavia anche aspetti meno convenienti.
Qualcosa di appreso può essere infatti dimenticato se il cervello non viene sufficientemente stimolato.
Lo sa bene il pianista che non si esercita o chi decide di riprendere gli studi;  ma anche chi torna a lavoro dopo periodi prolungati di assenza: si avrà la sensazione di andare a rilento rispetto agli standard a cui si era abituati.

Il cervello non si consuma, i neuroni non si sprecano. Siamo programmati per essere attivi e dinamici.
Il Sistema Nervoso ha bisogno di lavorare per mantenersi vivo ed efficiente.
Usalo o lo perderai!
 
Dottor Riccardo Cicchetti